James Joyce, quello sventurato impiegato di Roma, vol. II

Roma per la maturazione di Joyce: un maestro severo

In James Joyce, quello sventurato impiegato di Roma, vol. I abbiamo visto il sentimento di avversione che provò Joyce verso Roma fin dai primi giorni in cui qui si trasferì, nell’agosto del 1906, per ragioni di lavoro.
In realtà, il soggiorno romano di Joyce, per ammissione dello stesso scrittore, lo aiuterà a sviluppare tante utili prospettive e gli farà vivere esperienze necessarie ai suoi intenti artistici futuri.
Qui, come dichiara in una lettera al fratello, scaturisce l’intenzione di scrivere l’Ulysses, e per la prima volta pensa a questo titolo; qui nasce anche l’idea per The Dead, inserito nei racconti dublinesi. Qui, inoltre, verrà collocato l’esilio del protagonista della sua unica opera teatrale: Exiles.
Roma sembra offrirgli così tanti stimoli da non permettergli di metterli a fuoco vivendoci dentro. Solo una volta fuori, questi frutti potranno maturare; potrà così nascere un sentimento in bilico tra l’odio e la nostalgia, come avviene in quegli studenti che per tutta la vita restano legati al ricordo di un maestro severo che però li ha aiutati a diventare quel che sono.

Nei sette mesi romani, Joyce è molto coinvolto dal clima politico italiano e ha modo di assistere a eventi che lo colpiscono profondamente rendendo più complessa e sfaccettata la sua visione del mondo.

In pochi giorni, durante la sua permanenza, esplodono in città addirittura tre bombe. La prima, il 14 novembre al Caffè Aragno, in via del Corso 180, la seconda, il 18 novembre a San Pietro e l’ultima, il 20 novembre a Piazza di Spagna. L’arrivo del Re di Grecia e gli scontri di classe sono alla base di questi attentati che non potevano non interessare l’artista, da sempre vicino alla martoriata Irlanda animata da frustrate istanze indipendentiste.

articolo bombe

L’attenzione per il mondo anticlericale e per il socialismo europeo, trova in Roma molto materiale, perché sempre nei mesi in cui Joyce qui soggiorna, hanno luogo altri significativi eventi.
L’8 settembre, presso il collegio germanico in via San Nicolò da Tolentino, non distante dai luoghi dove Joyce vive, avviene l’elezione del capo dei gesuiti, conosciuto come il “papa nero”. Joyce, attratto dalle dinamiche di potere alla base del cristianesimo, segue con partecipe interesse queste vicende attraverso le cronache dei giornali socialisti dell’Avanti! e dell’Asino. Coincidenza vuole che le sedi del quotidiano e del settimanale, che condividono gli spazi anche con il partito socialista stesso, si trovino proprio in via San Claudio, dove Joyce lavora.

Dal 7 al 10 ottobre lo scrittore, sempre sulle pagine dell’Avanti! e dell’Asino, si informa anche sull’andamento del Congresso del partito socialista italiano.

E infine, il 17 febbraio 1907, circa un mese prima di abbandonare Roma, assiste alla processione promossa dal partito anticlericale per commemorare Giordano Bruno, bruciato quello stesso giorno del 1600 a Campo de’ Fiori.

Queste esperienze, nella vita di chi tanto ha vissuto e dovrà vivere, possono a prima vista sembrare marginali. Ma è Joyce stesso a riconoscerne il ruolo determinante. In quei giorni romani, afferma, matura la sua intenzione di scrivere l’Ulysses; non ha però le condizioni materiali e la serenità ambientale per passare dal pensiero all’azione. Opere di tale portata richiedono, per altro, un periodo di elaborazione molto profondo.

Dal punto di vista della produttività artistica, del ritorno economico, o della qualità della vita i giorni trascorsi a Roma sono quindi particolarmente logoranti se confrontati con quelli triestini; dal punto di vista formativo però, Roma è una maestra di vita senza eguali.
Non è un caso se nel 1918 Joyce scriverà un’opera teatrale intitolata Exiles, esuli, in cui il protagonista, Richard Rowan ritorna in patria dopo un volontario esilio di nove anni trascorso guarda caso a Roma. Erano tante le città che Joyce aveva visto, eppure, la città dell’esilio per antonomasia, viene da lui individuata in Roma.
Roma, descritta come un “mondo strano”, singolare, ambiguo, è lo scenario che più stimola Joyce, poiché lì ha sperimentato il senso vero dell’esilio, un sentimento amaro e profondo che è potuto fermentare artisticamente a distanza di tempo.

I riferimenti a Roma, ancora una volta, possono sembrare solo negativi.

“ARCHIE: Ci sono ladri lì, come a Roma?

RICHARD: I poveri ci sono ovunque.”

In questo frammento di dialogo, l’autore rievoca una delle ultime brutte esperienze biografiche da lui vissute; quando il 4 marzo, tre giorni prima di lasciare la capitale per rientrare a Trieste, dopo una giornata in osteria, viene derubato della sua ultima mensilità da impiegato.

joyce e Nora
James Joyce con la moglie Nora

Una lettura più profonda dell’opera, fa però capire quanto per Joyce Roma diventi una metafora della vita stessa, in cui tutti i valori e gli stereotipi borghesi vengono messi in discussione e analizzati nel profondo.
Gli Esuli è ricca di riferimenti a Shelley, indicato come un eroico idealista che si è scontrato con la durezza del mondo. E ancora una volta non sembra un caso il fatto che il 16 agosto 1906, Joyce era andato a visitare la sua tomba, nel cimitero acattolico presso la Piramide Cestia.

Il legame con Roma ha quindi diversa natura rispetto a quello con l’accogliente Trieste, tant’è che nel 1909 scrivendo alla moglie Nora dirà: “(Trieste) è la città che ci ha dato riparo. Tornai da lei distrutto e senza un soldo dopo la mia follia romana e adesso, ancora lo sono, dopo questa assenza”. Due anni dopo, i pochi mesi di Roma, ancora lo segnano nel bene e nel male.

Il primo casuale incontro con Shelley che lo accolse quel suo primo giorno trascorso a Roma si riverbererà nel dramma teatrale joyciano in cui Roma diventa metafora di tutte le contraddizioni con cui un vero artista deve scontrarsi per diventare veramente tale; Roma è la città in cui fu concepito l’Ulysses, la città in cui il ritratto dell’artista da giovane prese le fisionomie del genio.
L’eroico esploratore di un mondo confuso ma terribilmente affascinante.

targa joyce
La targa apposta il 2 febbraio 1982, dal Comune di Roma, in via Frattina 52, in occasione del centenario della nascita di joyce: “In questa casa romana/dove abitò dal’agosto al dicembre 1906/James Joyce/esule volontario/evocò la storia di Ulisse/facendo della sua Dublino/il nostro universo”

Questo articolo è nato dalla curiosità per le targhe commemorative di Roma dietro cui si celano sempre avvincenti storie; se ti è piaciuto, ti invitiamo anche a leggere l’articolo sulla targa di Michael Collins, il romano che andò sulla Luna.

Per approfondimenti storico-letterari rimandiamo alla raccolta a cura di Giorgio Melchiori James Joyce in Rome, consultabile sul sito della James Joyce Italian Foundation .

 

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