Gli attentati del 27 luglio e lo spettro del colpo di Stato

“Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”.

Con queste parole, Carlo Azeglio Ciampi ricorda la notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993. Ma cosa accadde per giustificare un timore tanto grande?

Un attentato. Anzi tre.
In una sola notte e a distanza di poche ore erano infatti esplose tre bombe.
La prima a Milano, in via Palestro, intorno alle 23:00, di fronte al Pac (Padiglione di Arte Contemporanea).
Le altre due a Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano e nella chiesa romanica di San Giorgio al Velabro.
Ma perché questi attenti e perché in questi luoghi?
Per tentare di capirlo bisogna inquadrare il contesto in cui sono avvenuti e che Ciampi, a distanza di anni, ricorda con tanta gravità.

attentato San Giovanni in Laterano
La Stampa, prima pagina sugli attentati del 27 luglio 1993

L’allora presidente del consiglio aveva da poco ricevuto l’incarico di formare un governo dopo che, il 5 aprile 1992, lo scandalo di Tangentopoli aveva fatto cadere la prima Repubblica e, il 21 aprile 1993, Giuliano Amato si era dimesso.

Sono momenti istituzionali difficilissimi che tra la primavera e l’estate del 1993 raggiungono il culmine della tensione.
Come data di inizio di tutto questo si può indicare il 30 gennaio 1992, storico giorno in cui la cassazione conferma le condanne del maxi-processo antimafia che portano alla carcerazione di molti grandi boss, tra cui Totò Riina.
Erano poi seguite le terribili stragi di mafia dei magistrati Giovanni Falcone (il 23 maggio 1992, vicino Capaci) e  Paolo Borsellino (il 19 luglio 1992 in via d’Amelio, a Palermo).
L’anno successivo, la strategia della tensione era continuata e sembrava pervadere trasversalmente ogni ambiente: logge massoniche deviate, politica, poteri forti.
Il 14 maggio, sempre a Roma, in via Fauro, deflagra un’autobomba destinata a Maurizio Costanzo.
Il 27 maggio, si compie l’attentato in via dei Georgofili a Firenze. Il 2 giugno, festa della Repubblica, viene scoperta un’altra autobomba nei pressi di Palazzo Chigi.

I tre attentati del 27 luglio 1993 sono quindi l’ennesimo tentativo di dividere la società civile.
Le bombe esplose a Roma mirano a colpire non solo lo Stato ma anche la Chiesa.
La bomba di San Giorgio al Velabro non a caso è collocata in un punto altamente simbolico. Sorge infatti a soli due chilometri da Palazzo Chigi, sede del Governo.

Da questo quadro storico, nasce il timore di Ciampi relativo a un colpo di Stato, anche perché, come racconta lui stesso, in coincidenza di quegli attacchi coordinati sull’asse Milano-Roma per alcune ore Palazzo Chigi rimane isolato a causa di un black-out. Si teme il peggio.

 

Gli attentati romani del 27 luglio, a distanza di anni non vengono ricordati in modo particolare anche perché fortunatamente non ebbero vittime.
Ma se considerati nel contesto che li generò hanno invece molto da raccontarci.
Sono un tassello del grande e complesso mosaico che forma il Paese.
Lo sono per il valore storico e artistico delle Chiese che vennero distrutte, per il valore simbolico e religioso che in esse risiede, per il potere istituzionale a cui appartengo gli obiettivi scelti.

Basti pensare che la Bomba di San giovanni in Laterano va a ferire la più antica e importante delle quattro basiliche papali maggiori. I 100 chilogrammi di esplosivo, piazzati in un’auto


causano danni dirompenti e anche sul piano simbolico le immagini hanno un impatto potentissimo. Così viene descritta San Giovanni in un articolo di Sandra Bonsanti del 29 luglio 1993 per Repubblica:

Questa volta hanno colpito il cuore della cristianità romana. Le autobombe forse non dovevano fare stragi. Ma là sul sagrato di San Giovanni c’è quel buco che scende profondo, tre metri, forse un po’ di più. Un buco di due metri di diametro che sembra scavato con uno scalpello, tanto è preciso e ordinato. C’ è una carcassa di auto un po’ più in là.

Le macerie e la carcassa di un auto sono un rimando plastico a qualcosa di ancora più grande e più tragico. Gli infami assassini dei magistrati antimafia e di altre donne e uomini che a essa si sono opposti.
Il messaggio di quelle scene, che stavolta non vedono la distruzione di abitazioni e autostrade, bensì dei patrimoni artistici e dei simboli religiosi del Paese sembrano chiarissime. Chiunque: donna, uomo, o istituzione, si opponga alla mafia avrà come risposta la distruzione.

San Giovanni in Laterano dopo l’attentato del 27 luglio

Il 29 luglio 1993, i giornali raccontano dell’incontro tra il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Papa Giovanni Paolo II in visita alle due Chiese martoriate. Il loro abbraccio e la loro fiera commozione sono la risposta che la parte sana delle istituzioni vuole opporre a quella distruzione.

Basilica di San giovanni in Laterano
Facciata di San giovanni in Laterano

San Giovanni in Laterano e la meno turistica chiesa di San Giorgio in Velabro parlano quindi ai loro visitatori anche di tempi a noi vicini.
La fanno ad esempio con l’arco del portico di San Giorgio, ricollocato nella sua posizione originaria grazie all’opera di restauro, a testimoniare che nulla può essere distrutto del tutto.
Del resto è noto che san Giorgio è riuscito a sconfiggere il temibile Drago.
Meno noto è che lo stesso Santo è emblema della strenua resistenza al dolore: a lui Dio annunciò sei anni di tormenti in cui per ben tre volte sarebbe stato ucciso e per tre volte sarebbe resuscitato.

facciata chiesa san Giorgio al Velabro
Chiesa di San Giorgio al Velabro

Molto più di tre volte lo Stato venne ferito a morte in quegli anni di stragi. Ma si rialzò grazie ad alcuni uomini sani e coraggiosi che volevano combattere i draghi.
La millenaria storia delle chiese romane si intreccia così con la cronaca recente ancora irrisolta per molti aspetti, come trapela dalle ricerche che tentano di fare completa luce su quegli anni di stragi, infiltrazioni e ricatti.
A distanza di quasi quindici anni si può ricordare la notte del 27 luglio come quella di un pericolo che non si concretizzò.
Ma i lontani echi di bombe che risuonano nelle piazze, nelle strade e persino nelle adamantine Chiese di Roma, proprio per quanto di non ancora chiaro risiede negli interstizi di questa storia recente, devono tenere sempre viva la memoria di noi tutti.

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