Bertolucci Pasolini Commare Secca
Arte e cultura

Bertolucci e Pasolini: Roma, cinema e poesia

La Commare secca (1962) è il film di esordio di Bernardo Bertolucci.
La storia, ambientata a Roma, ha come fulcro il Parco Paolino, oggi parco Schuster.

L’articolo che proponiamo è tratto dagli appunti da noi preparati per degli incontri pubblici con proiezioni e letture dedicate alle esperienze romane di Pasolini e Bertolucci.

Quando i poeti crearono il cinema

“Aveva avuto grande importanza per la mia formazione avere partecipato come aiuto regista al primo film di Pier Paolo Pasolini Accattone. Ma ne aveva ricavato un’esperienza non tanto cinematografica quanto umana (…)”

Era Pier Paolo che di fronte ai ‘napoletani’ o agli amici di Accattone in agguato al baretto, di fronte alle costruzioni lunari della borgata Gordiani scopriva l’uso del carrello, di quelle sue lente panoramiche sui primi piani, la scabrezza di una certa recitazione. Io assistevo con commozione alle invenzioni di Pier Paolo, mi sembrava, alle proiezioni giornaliere, di vivere le origini del cinema, di assistere per primo alla prima carrellata, alla prima panoramica. Tutto questo era poetico ed emozionante, Ma era Pasolini che scriveva. Ho parlato di Pasolini per parlare di me. Infatti, il meccanismo della nascita è sempre uguale dall’inizio del mondo. Poi ognuno prende coscienza, e in questo caso, si crea il suo stile. Così, a distanza di un anno anch’io ho provato le stesse emozioni, la stessa sensazione di scoperta e quindi la stessa meraviglia di fronte al mezzo nuovo”

Con queste parole, Bernardo Bertolucci descriveva i suoi primi approcci al mondo del cinema: parlava di Pasolini per parlare di sé e di come trovò una via tutta personale al cinema, anch’essa mediata dalla poesia.

La parola, la poesia e il cinema

Nel 1961 Accattone era stato un successo. Sebbene fosse l’unico film di Pasolini si parlò subito di film “pasoliniano” . Quella sua opera apparve come necessaria e sufficiente per segnare una nuova stagione del cinema. Si poneva al tempo stesso in continuità e rottura con il neorealismo ormai virato, con il boom economico, nelle sue venature rosa.
Pasolini, come lui stesso dice, in quegli anni di regia e di tecniche cinematografiche ne sa poco. In realtà, i suoi rapporti con il cinema sono iniziati quasi subito dopo il suo arrivo a Roma nel 1950 come ben ripercorre Tommaso Mozzati in Sceneggiatura di poesia.

Le sue collaborazioni a soggetti e sceneggiature annoverano infatti La donna del fiume (1954) di Mario Soldati, Il prigioniero della montagna (1955) di Luis Trenker, Le notti di Cabiria (1957) con Fellini, e i film con Bolognini, in particolare La notte brava (1959). Non si può dunque banalizzare il rapporto tra Pasolini e il cinema immaginandolo come il buon selvaggio che scopre le magie di un nuovo mezzo tecnologico.

Il cinema come ricerca linguistica ed esperienza filosofica

Quando Pasolini fa riferimento alla sua scarsa familiarità con il cinema, si riferisce probabilmente al cinema come linguaggio autonomo sia a livello tecnico sia poetico. Un mezzo con una propria morfosintassi, un proprio lessico e una grammatica propria. Fino ad ora infatti, il suo rapporto con questo medium è sempre stato filtrato dalla parola su carta. Non a caso, il poeta bolognese cresciuto in Friuli descriveva così l’approdo al cinema:

“abbandonando la lingua italiana, e con essa, un po’ alla volta, la letteratura, io rinunciavo alla mia nazionalità. Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi, voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano, protestavo, ingenuamente inscenando un’abiura che, nel momento di umiliarmi e castrarmi, mi esaltava (…) ma il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma proprio, in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica.”

È infatti proprio quella purezza creatrice a guidarlo e a fargli creare qualcosa di unico e dirompente; come se il cinema nascesse insieme a lui.

Bertolucci: a scuola da Pasolini

Non sembra un caso dunque che come aiutante, Pasolini non ha un aspirante regista ma il giovane poeta Bernardo Bertolucci, figlio dell’affermato Attilio.
Dopo quell’esperienza, Pasolini suggerisce al produttore Tonino Cervi proprio Bertolucci e Sergio Citti per sviluppare la sceneggiatura del suo soggetto La commare secca, immediatamente acquistato da Cervi in conseguenza del grande successo di Accattone.
Bertolucci non può immaginare che sarà lui a dirigere quest’opera perché Pasolini dovrà invece dedicarsi a Mamma Roma.
Ancora una volta si ripeterà quell’incrocio tra poesia e cinema, ma come è giusto che sia, per Bertolucci si declinerà in forme nuove:

“quando seppi di dover fare io la regia per La commare Secca cercai di allontanarmi il più possibile da uno stile pasoliniano proprio perché i contenuti erano così fortemente pasoliniani.”

Bertolucci creerà infatti un’opera giovanile ricca di ambizione ma pura. Troverà così una strada del tutto personale per fare ciò che ha imparato da Pasolini: scrivere poesie con il cinema.

Il cinema di Poesia di Bertolucci

E non a caso, la chiave di volta per quest’opera d’esordio la troverà nella poesia.
Bertolucci ricorda la grande difficoltà nel tenere le fila di un film corale che ripercorre la stessa giornata dal punto di vista di diversi personaggi indagati per un omicidio. Le varie storie ripartono sempre dalle scene che mostrano la vittima ancora viva a casa sua, nelle ore prima dell’omicidio, mentre scoppia un temporale improvviso.

Il regista parmense dice di aver pensato a questo momento proprio come a una strofa che fa da contrappunto alle vicende di tutti i personaggi.
Ben presto capì che più della dimensione del giallo, in realtà davvero scarno e privo di veri colpi di scena, il cuore del racconto sarebbe stata la vita nei suoi gesti quotidiani, nelle sue ore apparentemente vuote e prive di senso: una sinfonia dei tempi morti.
La scena ricorrente di quella donna eterea che si sveglia e si prepara a un nuovo giorno ne è l’emblema. A parte quei momenti, di lei non conosciamo quasi nulla, se non che sarà uccisa.

“il senso del dramma è proprio in questo procedere cieco delle ore che travolgono senza che ce ne accorgiamo il ritmo delle giornate, il ritmo quotidiano che pare eterno e indistruttibile. Il dramma dell’uomo non si chiama destino ma ineluttabilità del corso del tempo”

Il Piano sequenza del tempo perduto e ritrovato tra Pasolini e Bertolucci

Ancora una volta questa dimensione esistenziale sembra riecheggiare, in forme personali e con una differente poetica, la teoria pasoliniana di piano sequenza della vita. Pasolini descrisse questo concetto nel 1967 prendendo come spunto di riflessione il filmino amatoriale che riprendeva la morte di J. F. Kenedy:

“È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell’ambito appunto di una Semiologia Generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio opera dunque sul materiale del film (che è costituito da frammenti, lunghissimi o infinitesimali, di tanti piani-sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita.”

Dunque, il cinema per Pasolini e Bertolucci, diventa lo strumento per dare un senso al flusso dell’esistenza.
Infatti, entrambi forestieri, a Roma scoprono il cinema come nuova forma di comunicazione. Non lo fanno però da ingenui provinciali sbalorditi nella grande città ma come artisti ricettivi alla vita e a stimoli nuovi e inesplorati.
Le loro strade che si intrecciano sono al tempo stesso simili e autonome.
Sia Bertolucci sia Pasolini iniziando con la sceneggiatura approdano alla macchina da presa e da poeti creano il loro cinema.
Approdando al cinema fanno poesia nel senso etimologico del termine di “poiesis”, creando dal nulla. Perché nell’atto creativo del poeta la realtà si ricrea e rinnova ogni volta; ogni volta si inventa la prima strofa dell’umanità così come la prima carrellata e il primo piano sequenza.

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