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Quando Buffalo Bill giunse a Roma

Buffalo Bill porta a Roma il suo Wild West Show

“Mi presentarono i miei cinquant’anni
e un contratto col circo “Pacebbeene” a girare l’Europa.
E firmai, col mio nome e firmai,
e il mio nome era Bufalo Bill.”

La storia di Buffalo Bill ha ispirato una canzone meravigliosa di Francesco De Gregori in cui si raccontano le mirabolanti avventure di questo personaggio.
In effetti, storia e mito, si mescolano nella vita di una figura così particolare ed è facile lasciar correre la fantasia quando si pensa al selvaggio West.

William Frederick Cody, noto a tutti come Buffalo Bill, era nato nell’Iowa nel 1846. Si distinse come soldato del 7º Cavalleggeri del Kansas con cui combatté la Guerra di secessione americana. Il soprannome con cui è entrato nel mito si lega alla sua abilità come cacciatore di bisonti.
Abbiamo scelto di parlarne perché oltre al brano del cantautore romano, c’è dell’altro che lega il mito di Buffalo Bill a Roma e merita di essere raccontato.

I versi di De Gregori che abbiamo citato in apertura, infatti,  fanno riferimento al momento in cui W. F. Cody, decise di prendere parte a una tournée europea che lo portò anche nella Città Eterna.

Un Cowboy dal Papa siede tra i nobili romani

Il 3 marzo del 1890 l’avventuriero americano entrava a San Pietro per incontrare Leone XIII.
Tra le molte testimonianze dell’evento si può facilmente trovare on-line l’articolo dell’Herald Tribune “Buffalo Bill in the Vatican”. L’articolo si può anche leggere per intero nella pagina web dedicata agli archivi di W. F. Cody (Buffalo bill in the Vatican).
L’inviato descrive il ricevimento in Vaticano come “uno degli eventi più strani che si siano mai visti all’interno delle venerabili mura del Vaticano”.
Con un pizzico di orgoglio, il giornalista americano descrive l’ingresso nella Cappella Sistina di Buffalo Bill e l’invito a salire nella tribuna dove ha posto la nobiltà romana: i Borghese, i Bandini, i Ruspoli.

Cowboy e indiani si inginocchiano e si fanno il segno della croce quando Leone XIII fa il suo ingresso benedicendoli.
Si insiste nel presentare gli indiani come parzialmente civilizzati: a stento riescono a mantenere il rispettoso silenzio quando una squaw sviene al passaggio di quello che per loro (parole dell’articolista) è l'”Uomo dai poteri curativi” inviato dal “Grande Spirito”.

Mario Verdone e il mito italiano del Selvaggio West 

Per quanto possa sembrare marginale, la visita di Buffalo Bill a Roma è destinata a segnare l’immaginario del Selvaggio West in Italia.
Sulla “Strenna dei Romanisti” del 1952 compare un articolo dedicato proprio a questo evento e a quel che ha comportato per il cinema.
L’articolo è stato scritto da Mario Verdone, papà del grande Carlo Verdone, e noto critico cinematografico che ci ha lasciato nel 2009.
Il pezzo dal titolo: Il cinema e buffalo bill a Roma pone proprio l’accento su come l’iconografia del West e il suo mito in Italia ed Europa siano stati fortemente influenzati dalla tournée europea di Buffalo Bill.

Il noto critico evidenziava lo stretto legame tra il cinema primitivo, nato per stupire le masse, il circo e il mito dei cowboy.
Molte delle prime scene girate da Edison nel 1894 erano infatti spezzoni di vita che raccontavano il selvaggio West e queste immagini faranno sognare anche noi italiani.

Il cinema aveva fatto tesoro del genere di spettacolo creato da Buffalo Bill dopo che esso stesso ne aveva vissuti gli episodi come «poney express», come esploratore, «ranger», colonnello. Nell’intenzione di W. F. Cody e dei suoi collaboratori, scopo di queste esibizioni era di « istruire lo spettatore facendo sfilare davanti a lui i quadri di una vita pittoresca
del West di altri tempi e i cavalieri che vi si resero famosi; e di fare ugualmente assistere a tutte le manovre moderne della cavalleria di oggi.

L’articolo di Mario Verdone riporta nel dettaglio il programma del «Buffalo Bill’s Wild West» che andò in scena in Italia.

Mario Verdone, oltre all’articolo dell’Herald Tribune in cui si racconta la benedizione papale,  riporta anche un altro pezzo della stessa testata in cui viene ricordata la sfida con i butteri giunti da Cisterna Latina.

Buffalo Bill e la sfida con Onorato Caetani

Il duca di Sermoneta, Onorato Caetani, aveva infatti portato a Roma, dei cavalli da lui dichiarati “indomabili” per sfidare il mitico americano.

Così si diceva nel dispaccio dell’Herald:

 

“Circa 20.000 persone erano raggruppate lungo speciali palizzate. Lord
Dufferin e molti altri diplomatici si trovavano sui palchi. Si notavano
la signora Crispi, il principe Torlonia, la signora Depretis, la principessa Colonna, Gravina Antonelli, la baronessa de Renzis, la principessa Brancaccio, Grave Giannotti e molti conoscitori appartenenti all’alta aristocrazia.
In cinque minuti i cavalli furono domati. Due di queste bestie
selvagge furono montate senza sella né briglia nell’arena.
Buffalo Bill le dichiarò domate : esse tentarono di ribellarsi, fecero scarti
in tutte le direzioni, si piegarono, si curvarono in tutti i sensi, ma invano. I cow-boys le presero al laccio, le sellarono, le calmarono,
le montarono e le fecero caracollare intorno all’arena, tra gli applausi frenetici ed entusiastici della folla”

Verdone contrappone questa narrazione alla testimonianza di  Diego Angeli del “Caffè Greco”.

Angeli ricorda che lo spettacolo svoltosi ai Prati di Castello (il Rione Prati di Roma), era una sfida tra i cowboy americani di Buffalo Bill e i butteri che Onorato Caetani, duca di Sermoneta aveva fatto giungere da Cisterna e Sermoneta.

Oltre a questo fatto, taciuto dal reporter statunitense, nell’articolo italiano si descrivono le notevoli difficoltà nel domare gli animali: altro che cinque minuti!

Augusto Imperiali, il buttero di Cisterna che sconfisse Buffalo Bill

Il libro L’uomo che sfidò le stelle. Augusto Imperiali, il buttero che sconfisse Buffalo Bill di Alessandro Di Virgilio, Andrea Laprovitera e Davide Pascutti ci offre l’ultimo pezzo della curiosa storia di Buffalo Bill a Roma.
In questa ricostruzione di quei giorni, infatti, si dice che l’8 marzo fu una data particolare perché Buffalo Bill non solo ebbe difficoltà nel domare i cavalli ma fu addirittura sconfitto da un buttero di Cisterna.

Così scriveva sul Messaggero Gustavo Brigante Colonna:

“Il morello, tenuto con le corde, si dibatte frenetico; s’alza sulle zampe di dietro, tira rampate. I butteri le schivano sempre con la sveltezza di uomini esperti. Riescono finalmente a mettergli la sella con il sottocoda, e d’un salto uno dei butteri gli è sopra. E’ Augusto Imperiali. Nuova tempesta di applausi. I butteri, entusiasti del successo ottenuto, saltano, ballano, buttano all’aria i cappelli, tanto per imitare in tutto quello che si è visto fare dagli americani. Augusto Imperiali fa una stupenda galoppata intorno al campo, tenendo con la destra le redini e agitando con la sinistra il cappello. Tutte le sfuriate del cavallo non riescono a muoverlo dal posto un solo momento. Sceso a terra, e chiamato ad avvicinarsi ai primi posti dove riceve le più vive congratulazioni da tutti, compresa la Duchessa di Sermoneta ed i suoi figli”.

Inoltre, la sfida tra cowboy e butteri prevedeva un premio in denaro. Stando a questa fonte, Buffalo Bill non si riconobbe sconfitto e non pagò mai la scommessa.

Ogni cronista, insomma, racconta una parte della storia e alcuni pezzi non coincidono tra loro.

Quel che è certo è che il breve soggiorno di Buffalo Bill a Roma, come sosteneva Mario Verdone nel 1952, resta tutt’oggi impresso nell’immaginario collettivo alimentando ricordi e suggestioni.
Chissà se Carlo Verdone non si sia ispirato anche ai ricordi del padre quando ha ideato la scena di Borotalco in cui Mario Brega parla del western italiano Buffalo Bill, l’eroe del Far West in cui recitava. Nell’aneddoto, Mario Brega dice di aver menato per davvero a Gordon Scott, dopo tante scazzottate cinematografiche.

Indiani e Cowboy al Caffè Greco

Chiudiamo con un’ultima nota di colore, sempre tratta dall’articolo del Caffè Greco. Qui infatti si ricorda anche la visita nello storico locale vicino piazza di spagna dove tanti artisti provenienti da tutto il mondo si sono seduti per sorseggiare del buon caffè nei loro soggiorni romani:

“Lo si vide dappertutto, con quel suo costume di ranger e i suoi capelli spioventi che lo facevano sembrare un eroe di Gustavo Aimard o del capitano Mayne Reid: andò dal Papa in Vaticano e nei più eleganti salotti di Roma dove era molto apprezzato per quelle sue maniere di avventuriero galante, un po’ antiquate, e non prive di grazia romantica. Forse memore di Mark Twain e dei molti americani che avevano frequentato il Caffè Greco, volle andarvi anche lui e un giorno si presentò nella bottega di via Condotti con i suoi cow-boys e i suoi pellirosse, che per l’occasione avevano indossato i costumi più sontuosi e più impennacchiati e rinnovati i colori dei loro tatuaggi. Certo fu curioso spettacolo quello di quei capi indiani che rispondevano ai nomi di Grand’ Alce bianco o di Lupo Cerviero, di Occhio d’Aquila o di Nube Tonante, drappeggiati nei grandi zerapé a colori vivaci, coi capelli spartiti sulla fronte e adorni di lunghe raggere di penne. Un fotografo ha fissato il gruppo, e fra i cimeli del Caffè Greco non è certo il meno curioso e il meno interessante».

Insomma Roma, ne ha viste davvero di tutte i colori, forse anche per questo un vero romano ormai non si stupisce più di nulla… o quasi.

Un altro inusuale ospite d’onore del Papa fu il samurai Tsunenaga che giunse a San Pietro nel 1615: se vuoi approndire la sua storia clicca qui: Un Samurai dal Papa

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