Il carnevale romano

Il carnevale romano

Il carnevale romano suggestionò grandi scrittori come Goethe, James e Dumas.
Nel carnevale della Roma papalina, tollerato e gestito dalla Chiesa tra Ottocento e Novecento, emergono infatti con prepotenza tutti i retaggi più antichi e le contraddizioni tra costumi moralizzanti e dionisismo di era pagana.


Tra le  maschere più celebri di questa festività ricordiamo Cassandrino (ingenuo padre di famiglia portavoce dei malumori popolari contro la Chiesa) ma soprattutto 
Rugantino e MeoPatacca.
Questi ultimi due nomi sono ancora oggi citati nelle espressioni gergali romanesche anche grazie alle opere teatrali e cinematografiche che ne hanno tramandato gesta e caratteri.

Rugantino

Rugantino deve il suo nome al tratto più evidente del suo carattere: la “ruganza“. Come ogni termine popolare la sua traduzione non può ridursi a una semplice parola. La ruganza infatti non indica la semplice arroganza ma ha un valore più ampio. Si intende quella voglia di non chinare la testa, la “tigna” di farsi valere anche se non si è il più forte. Probabilmente è anche a questa sfumatura romantica, seppur declinata in forma tragicomica, che si deve il fascino di questa maschera.

Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni, realizzano una commedia musicale dedicata a Rugantino che canta sulle note di Armando Trovajoli. La prima edizione del 1962, vede Nino Manfredi nei panni del protagonista. Sarà poi sostituito da Toni Ucci e nel 1978 da Enrico Montesano.
Nella versione cinematografica invece, i panni di Rugantino sono vestiti da Adriano Celentano.
Le sue battute romanesche, pronunciate con cadenza meneghina, hanno un effetto davvero davvero buffo per le orecchie dei romani.

Meo Patacca

L’altra maschera romana è sempre un guascone attaccabrighe: il trasteverino Meo Patacca. Si presenta sempre con un fiasco di vino in mano e quando si tratta di “baccajare” è sempre il primo. Rivela però anche lui un cuore generoso e un animo a suo modo eroico.
E’ il protagonista dell’opera in versi di Giuseppe Berneri (1637 – 1701) in cui, usando scaltrezza e abilità con le armi, riesce a difendere Vienna assediata dai Turchi nel 1683.
Il volto più celebre che ha incarnato Meo Patacca è senza dubbio il grande Gigi Proietti.

La corsa dei Barberi e altri riti

Il carnevale romano diventa molto popolare tra medioevo e Quattrocento. A Piazza Navona, già luogo di tornei di cavalieri e altre celebrazioni, si aggiunge Monte Testaccio. Qui, per carnevale, si svolgevano riti anche cruenti come la ruzzica de li porci. Dei carri, con sopra dei maiali vivi, erano lasciati cadere da un versante dell’altura testaccina.  Ovviamente, prima di giungere a valle si scontravano e si ribaltavano. Così, i popolani si contendevano i corpi dei maiali morti e di quelli superstiti.

In queste occasioni ci si poteva abbandonare anche ad atteggiamenti licenziosi, per quanto sempre sorvegliati dal potere ecclesiastico. Ad esempio, i ragazzetti potevano sfilare discinti con abiti e trucchi femminili, rivelando solo in questi giorni, tendenze che in altre circostanze erano aspramente represse.

Gli storpi e i deformi si sfidavano invece in delle ciniche corse cittadine. Nonostante fossero amate dal popolino, la Chiesa decise di vietarle.

Tra tutte le manifestazioni che si avvicendavano a Roma durante il carnevale, la più famosa è però la corsa dei cavalli Barberi (o berberi). I cavalli, privi di fantino, partivano da Piazza del Popolo e, percorrendo via del Corso, arrivavano in un folle corsa fino a Piazza Venezia. Qui ci si gettava per fermarli. Numerosi sono i casi di incidenti gravi e di morti cruente che ancor più eccitavano gli animi inebriati della folla.

Il carnevale romano tra scrittori e pittori

Moltissime sono le incisioni e i quadri che mostrano il carnevale romano e in particolare la corsa dei cavalli barberi. In particolare, ricordiamo Gericault che nel suo soggiorno romano li scelse come soggetto di molte tele come illustra un articolo di Artribune.

Anche Johann Wolfgang Goethe, che visse a Roma nel 1787, rimase affascinato dal carnevale. All’inizio fu ostile alla confusione e all’irrazionalità di una tradizione così esotica. Poi, iniziò a coglierne lo spirito più profondo tanto che scriverà un’opera dal titolo eloquente: “Il carnevale romano”.

Tra i grandi autori ispirati dal carnevale romano possiamo citare anche Henry James. Lo scrittore di New York, nella sua “vacanza romana”, decide di alloggiare proprio a Via del Corso (la via Lata) durante questo periodo di festività.

Nonostante il carnevale romano fosse già molto cambiato rispetto ai secoli precedenti, gli artisti stranieri continuavano comunque a vedere nelle sue celebrazioni il doppio volto dell’animo romano: i retaggi pagani decaduti e gli apparati del potere religioso che vi scendeva a compromessi.

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