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Marquez a Roma, allievo di Zavattini

Gabriel Garcia Marquez giunge a Roma come inviato del giornale El Espectador a 27 anni.
Questo ragazzo avventuroso non è ancora il grande scrittore insignito del Nobel per la letteratura ma ha passione e talento.
Per fare esperienza e trovare ispirazioni, Marquez aveva iniziato a fare l’inviato già a 21 anni. Era un modo per forzarsi a scrivere ogni giorno ma anche per arricchire il suo bagaglio di sapere mentre tentava di completare il suo primo grande romanzo: “foglie morte”. Ed è il mestiere di inviato che lo porterà alla scoperta dell’Europa e dal luglio del ’55, di Roma.

Il singhiozzo del Papa

A Roma, Marquez detto Gabo giunge anche per parlare di ciò che nella Città Eterna incarna l’ambivalenza tra potente concretezza e idealità spirituale, tra storia e leggende, tra sapere dotto e superstizione. Insomma, Marquez deve scrivere un reportage sul Papa.

In particolare, deve scrivere di qualcosa di tragico e grottesco al tempo stesso: il singhiozzo di Pio XII.
Il Pontefice, al secolo Giovanni Pacelli, soffre da tempo di gastrite ed è questa a causargli probabilmente crisi di singhiozzo prolungate.
Il futuro premio Nobel, corrispondente a Roma, documenta una di queste crisi, talmente grave da poter causare la morte.

“La Santa”: un racconto romano

La fantasia dello scrittore si può così alimentare di materiale tratto dalla realtà e al tempo stesso singolare e suggestivo.
L’importanza di questa esperienza fermenta infatti negli anni e lo porterà a scrivere un racconto capace di incarnare la stravagante singolarità di Roma. Una città sorniona in cui il Sacro e il Profano, il quotidiano e l’eccezionale convivono e si mescolano.

Protagonista di questo racconto è Margarito Duarte. L’uomo è a Roma perché desidera la santificazione della figlia morta. Il cadavere della figlioletta, disseppellito a distanza di anni, è infatti ancora perfettamente conservato ed emana un profumo soave.
Il narratore interno descrive quindi le avventure di questa figura tragicomica che vaga per Roma con la piccola bara in cui è racchiusa l’aspirante santa.

Statua di Pio XII davanti al cimitero del Verano. immagine di RomaVerso

L’uomo tenterà più volte di convincere la Santa Sede. All’inizio cercherà di persuadere proprio Pio XII ma senza esito. Da Giovanni XXIII riceverà solo parole di incoraggiamento e un gesto d’affetto.
Infine, crederà di aver trovato l’appoggio di Giovanni Paolo I. Le speranze di Duarte subiranno un altro duro colpo però proprio con la morte di Papa Luciani dopo appena 33 giorni di pontificato.

Un personaggio speciale

In questo racconto in cui i Papi scandiscono l’ingrigirsi del protagonista, compare un personaggio d’avvero speciale: Cesare Zavattini.

Il narratore interno come il vero Marquez, negli anni in cui è ambientato il racconto studia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

File:Zavattini 1953.jpg - Wikipedia
 Zavattini durante le riprese per “L’oro di Napoli” – immagine di Wikipedia

In un occasione, il protagonista mostra il corpo della figlia ai compagni di corso del narratore con cui è in compagnia.
A dispetto di ogni legge di verosimiglianza, la bara viene aperta sul tavolino di un locale. E ancor più a dispetto di ogni legge di verosimiglianza, gli studenti di cinematografia prendono atto di quel miracolo senza esitazione.
Del resto, nel mondo fantastico e reale di Gabo, quel miracolo è un dato concreto e tangibile.

Così gli studenti decidono di mostrare tutto a Cesare Zavattini. Si recano nella sua abitazione di via Merici:

“Il sabato successivo andammo a trovarlo con Margarito Duarte. Era così goloso della vita, che lo trovammo sulla soglia della sua casa in via Angela Merici, ardente d’ansia per l’idea che gli avevamo annunciato al telefono.”

Zavattini, maestro di realismo

Cesare Zavattini è celebrato nel racconto come un maestro di vita oltre che di invenzioni narrative. Marquez, in questo racconto dominato dal contrasto tra inverosimile e meticolosa realtà, ne offre un ritratto biografico perfetto e ricco di ammirazione:

Cesare Zavattini, il nostro maestro di soggetto e sceneggiatura, uno dei grandi della storia del cinema e l’unico che intrattenesse con noi un rapporto personale ai margini della scuola. Cercava di insegnarci non solo il mestiere, ma anche un modo diverso di vedere la vita. Era una macchina per pensare soggetti. Gli venivano a fiotti, quasi contro la sua volontà. E con tale fretta, che aveva sempre bisogno dell’aiuto di qualcuno per pensarli ad alta voce e acchiapparli al volo. Solo che quando li aveva portati a termine si scoraggiava. «Peccato che si debba farne un film» diceva. Perché pensava che sullo schermo avrebbe perso molto della sua magia originale. Conservava le idee su schede ordinate per argomenti e attaccate con puntine alle pareti, e ne aveva così tante che occupavano una stanza di casa sua.

Zavattini, nella finzione del racconto, ha di fronte al cadavere una reazione che porta i suoi studenti a riflettere sul rapporto tra vero e verosimile. Un tema caro a un altro Nobel per la letteratura: Luigi Pirandello.

“Quando ebbe chiuso la porta si volse verso di noi, e ci comunicò il suo verdetto. «Non serve per il cinema» disse. «Nessuno ci crederebbe.» Quella lezione stupefacente ci accompagnò sul tram al ritorno. Se lo diceva lui, non era proprio il caso di pensarci: la storia non serviva.”

Il realismo magico: cos’è la realtà?

Questo piccolo racconto romano di Gabriel Garcia Marquez è un compendio perfetto del realismo magico alla base anche dei suoi capolavori successivi. Ed è Zavattini il maestro a cui l’allievo sente di tributare i meriti maggiori.

Nella reazione dello Zavattini immaginario di fronte al corpo integro e profumato della piccola morta sembra di vedere in filigrana anche il rapporto tra Zavattini e Fellini.
Apparentemente Zavattini e Fellini possono sembrare due figure molto diverse.

Sarebbe facile identificare Zavattini come il rappresentante del pedinamento della realtà e Fellini come il demiurgo di mondi onirici e circensi. Ma si avrebbero così, di entrambi, ritratti falsati e limitati.
Questa piatta antitesi “realista vs visionario” sembra incarnarsi del resto nell’esperienza del film a episodi “L’amore in città”.

L’amore in città tra Fellini e Zavattini

Con questo film, Zavattini voleva promuovere la sua teoria di cinema verità coinvolgendo nel progetto giovani registi, tra cui Fellini. Avrebbero documentato l’amore nelle città italiane secondo i dettami del “pedinamento della realtà”. Fellini racconta in alcune interviste di come avrebbe ingannato questa ossessione di Zavattini per il vero che lui, invece, non condivideva.
Dice di aver inventato l’episodio “l’agenzia matrimoniale” facendo credere a Zavattini che fosse frutto di un’inchiesta vera da lui documentata. Spacciandola per realtà, per quanto assurda, la fantasia di Fellini ha potuto così raccontare di una donna povera che deve sposarsi con un uomo affetto da licantropia.
Ma questi sono aneddoti felliniani e il maestro riminese, nelle sue interviste, amava spesso confondere realtà e invenzione.

La verità è che il mondo onirico di Fellini si nutre di realtà. Tanto la realtà vissuta a Rimini con gli occhi del bambino, quanto la realtà e lo stupore conosciuti a Roma. Fellini senza realtà non sarebbe Fellini. Senza la realtà, del resto, non è possibile alimentare i sogni. Non a caso, la strada di Fellini sceneggiatore nasce dall’incontro con Rossellini e Zavattini. E non a caso, una volta regista, Fellini continua a nutrirsi del reale. Lo fa anche grazie a Pasolini che lo aiuta a scoprire i volti segreti di Roma. In questo modo può creare mondi ricchi di concretezza in cui immergere a sua volta le trasognate Gelsomina e Cabiria.

Alle origini del realismo magico di Marquez

Allo stesso modo, Zavattini non è solo il teorico del “pedinamento” della realtà. Il suo neorealismo non è l’ingenua idea di catturare la realtà così come essa appare. Zavattini è consapevole di quella dolce condanna che fa sì che una storia vera, nel momento in cui vai a raccontarla, non sarà più tale. Il neorealismo è per Zavattini una missione tutt’altro che semplice proprio perché vive di questo paradosso. L’incompatibile dialettica tra realtà e realismo: il paradosso del reale.

Gabriel Garcia Marquez, anche se frequentò solo pochi mesi il Centro Sperimentale di Cinematografia, colse perfettamente l’essenza di Zavattini.
Trasformando Zavattini in un suo personaggio, Gabo mette in rilievo proprio il dramma che è alla base della sua poetica: il suo rammarico per l’impossibilità di raccontare la realtà senza trasfigurarla. Quel «Peccato che si debba farne un film» che pronunciava sconsolato dopo l’ideazione di un soggetto e che tanto resta impresso a Gabo.

Marquez a Roma e… il Miracolo a Milano

File:Miracolo a Milano.JPG - Wikipedia

Quando Marquez arriva a Roma nel 1955, l’amore per Zavattini si è già consolidato grazie a un film che ormai non appartiene alla stagione neorealista. Nel 1951, Zavattini e De Sica hanno infatti creato “Miracolo a Milano”. Lo scrittore Colombiano ne era stato affascinato ed è qui che la poetica di Marquez aveva visto realizzata la sintesi perfetta tra realtà e magia che persegue anche lui.

Ancora una volta, nel racconto “La Santa” la capacità di Marquez nel cogliere lo spirito del suo maestro italiano è magistrale.
Dopo lo scetticismo iniziale, lo Zavattini immaginario di Gabo trova una soluzione per adattare in forma cinematografica la storia del cadavere che profuma. E questa soluzione è perfettamente in linea con lo Zavattini di “Miracolo a Milano”. Ecco il finale che propone il maestro per il soggetto cinematografico:

“«Una sera» disse, «dopo la morte di una ventina di papi che non l’hanno ricevuto, Margarito entra in casa sua, stanco e vecchio, apre la cassa, accarezza il viso della piccola morta, e le dice con tutta la tenerezza del mondo: “Per amore di tuo padre, piccola: alzati e cammina”.» Ci guardò tutti, e concluse con un gesto trionfale: «E la bambina si alza!»

La soluzione lascia perplessi i suoi studenti incapaci di cogliere questa strana veste della “realtà”. Zavattini si trova così a dibattere con Lakis, lo studente Greco:

“…disse Lakis, dispiaciuto. «È che non può essere.» «Ammazza!» gridò allora il maestro, con uno strepito che si dovette udire in tutto il quartiere. «È quel che più mi disturba degli stalinisti: che non credono nella realtà.»

Per Zavattini, a volte si può ottenere il realismo solo attraverso il miracolo.
Questa sembra la lezione che Marquez ha appreso a Roma.

La scuola di Cinema di Cuba

Gli studi cinematografici di Gabriel Garcia Marquez e l’amore per Zavattini resteranno fondamentali nella crescita dello scrittore.
I 12 racconti tra i quali compare “La Santa” sono realizzati rimettendo mano a materiale eterogeneo: articoli di cronaca, soggetti per il cinema e la televisione, racconti narrati in radio.
Tra il 1980 e il 1984, Marquez racconta di non riuscire a proseguire il suo “Cronaca di una morte annunciata” ed è proprio cimentandosi con forme diverse di creazione narrativa (non solo letteraria) che riesce a sbloccarsi.

“La Santa” riporta come data di completamento l’agosto del 1981.
Inoltre, negli stessi anni in cui rielabora questi racconti e rievoca le esperienze vissute a Roma al Centro Sperimentale, Marquez dà vita a un altro progetto. Stavolta non si tratta di narrativa.

Nel 1986, Marquez fonda infatti la Scuola Internazionale di cinema, televisione e video (EICTV) di San Antonio de los Baños insieme all’amico Fernando Birri e grazie all’appoggio di Fidel Castro.

Anche Fernando Birri, direttore dell’EICTV, fu studente del Centro Sperimentale di Cinematografia presso cui si diplomò. In comune con Marquez, Birri aveva l’ammirazione per Zavattini che contribuì a renderlo il precursonre del “nuevo cine” latinoamericano.

Non solo santi e Papi: Wilma Montesi nei ricordi di Gabo

File:Wilma Montesi.jpg

L’esperienza come inviato a Roma di Gabo non è però segnata solo dal racconto delle condizioni di Pio XII.
Nel suo periodo trascorso a Roma, Marquez indagò anche su un omicidio.

Era il caso di Wilma Montesi, avvenuto nel 1953 e ancora insoluto. Il suo corpo era stato ritrovato sulla spiaggia di Torvaianica due anni prima. I tentativi di farla passare come una morte naturale prima, e un suicidio poi, erano stati presto smascherati. Le indagini avevano infine faticosamente rivelato il coinvolgimento di figure altolocate tra cui Piero Piccioni. Si trattava del figlio di Attilio Piccioni, esponente della DC e Vice dell’allora Presidente del Consiglio De Gasperi. Attilio Piccioni, anche per questo scandalo, non aveva trovato l’appoggio per formare il nuovo Governo alla caduta di De Gasperi nel luglio del ’53.
Piero Piccioni era infatti indagato per aver preso parte al festino svoltosi la sera dell’omicidio a Capacotta e a cui avrebbe partecipato anche la vittima.

Cronaca di una morte annunciata

Le vicende che Marquez documenta a Roma nel 1955 sono solo un piccolo capitolo di un grande mistero italiano. La sentenza arriverà solo il 21 gennaio del 1957 con l’assoluzione di tutti gli imputati.

L’intricato rapporto tra potere e delitto alimenta anche il Marquez di “Cronaca di una morte annunciata”. Il romanzo si basa infatti su un altro omicidio quasi speculare a quello di Wilma Montesi. Gabo racconta la storia di un rampollo di buona famiglia ucciso dai fratelli di una ragazza da lui violentata.

Inoltre, nel 1987 “Cronaca di una morte annunciata” diventa un film grazie, neanche a farlo apposta, a un altro regista italiano che fa del cinema-inchiesta la sua strada maestra: Francesco Rosi. E gli intrecci si fanno ancora più interessanti e significativi se si considera che la sceneggiatura del romanzo viene scritta insieme a un grande amico di quel Fellini antitetico al neorealismo eppure così realistico nel governare il fantastico: Tonino Guerra.

Marquez alla ricerca della Roma perduta

L’intreccio tra reale e invenzione è dunque la linea guida del processo creativo di Marquez che mentre era impegnato a trasfigurare la realtà narrata in “Cronache di una morte annunciata” ritornava al tempo trascorso a Roma per scrivere il racconto dedicato al suo vecchio maestro Zavattini. Quel maestro italiano che gli insegnò il paradosso del reale.
Ed è molto significativa è la riflessione sul rapporto tra realtà e immaginazione che Gabo fa nella premessa ai “Dodici racconti raminghi”, l’antologia in cui compare “La santa”:

“Visto che le diverse città d’Europa in cui si svolgono i racconti le avevo descritte a memoria e nella distanza, ho voluto controllare la fedeltà dei miei ricordi quasi vent’anni dopo, e ho intrapreso un rapido viaggio di ricognizione a Barcellona, a Ginevra, a Roma e a Parigi. Nessuna di queste città aveva più nulla a che vedere con i miei ricordi. Tutte, come tutta l’Europa attuale, erano rarefatte da un capovolgimento stupefacente: i ricordi reali mi sembravano fantasmi della memoria, mentre i ricordi falsi erano così convincenti che avevano soppiantato la realtà.”

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